Makò. Nome forte, breve, essenziale.

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Makò. Nome forte, breve, essenziale.

Autostrada Venezia-Pordenone.
18 Novembre 2015

Makò. Nome forte, breve, essenziale. Perché Makò?

Paolo Lunardelli, presidente della Stu Makò Spa, mi sta accompagnando a Cordenons per visitare il Cotonificio Makò, abbandonato da almeno 25 anni. Struttura inventata, voluta e costruita da Guglielmo Raetz all’inizio del Novecento.
Makò – mi risponde – è un tipo di cotone prodotto in Egitto e che Guglielmo Raetz volle lavorare a Cordenons per produrre un filato pregiatissimo, costruendo, a partire dal 1901, la struttura che visiteremo”. Usciti dall’autostrada il solito spezzatino edilizio insignificante che compone i labirinti spaziali dei suburbs, banlieues o periferie di mezza Europa. Quella città contemporanea che vuole trasformarsi in luoghi di stimolo, lavoro, cultura e identità per le persone che ci abitano.
Poi, inaspettato, il Castello Makò. Immerso nella vegetazione libera, come il castello che fa sgranare gli occhi ai bambini, attenti, dinanzi alle favole.

Varcato il cancello, i dettagli delle due costruzioni che segnano l’ingresso mi fanno pensare all’intelligenza costruttiva degli edifici di H. Petrus Berlage ad Amsterdam. L’appoggio e l’incastro dei corsi di mattoni che formano le cornici delle finestre sui due colori dell’ocra gialla e rossa dei mattoni. Mentre Lunardelli racconta vita e problemi del Cotonificio, mi trovo su uno square d’erba rasata. Davanti un edificio con ampie finestre poste su due ordini, marcate da mattoni come gli angoli dell’edificio. Mi vengono in mente le fabbriche di Peter Beherens.

Il gioco inizia a farsi interessante.

A questo pezzo di città recente che, come è accaduto in altri mille luoghi del mondo, ha banalizzato lo spazio quotidiano degli uomini, Guglielmo Raetz regala ciò che lui realizzò più di un secolo fa: un complesso edilizio che sente la ricerca costruttiva dell’avanguardia europea di quegli anni. Edifici realizzati per funzioni produttive affatto scontate. Organizzati con un’attenzione al luogo di lavoro che troveremo in anni successivi con Adriano Olivetti a Ivrea.

All’interno sono tre le caratteristiche evidenti degli edifici.

Immensi piani liberi che permettono movimenti in ogni direzione – struttura a pilastri -, o spazi, altrettanto ampi, che prediligono i movimenti longitudinali – struttura a travi su setti, due perimetrali e uno di spina centrale. Terzo elemento la luce sui lati. Una soletta continua piana copre gli spazi, dilatandoli verso la luce che entra dai quattro lati aperti delle pareti vetrate. Nella Neue Nationalgalerie a Berlino costruita nel 1968, Mies van der Rohe adottò un sistema compositivo simile.

Oggi le cose sono radicalmente cambiate. Il mondo in cui viviamo ha culture e economie più complesse. I tempi hanno intervalli che tendono all’istante. Le funzioni, in uno spazio, possono essere molteplici e compresenti, inventate dalle persone che usano quello spazio in un tempo breve. Il rapporto stretto funzione-forma dell’edificio, cardine della cultura Moderna Novecentesca, non è più attuale.

Resta Makò.

Resta la frammentarietà casuale della città marginale. Ci sono le potenti spinte per i cambiamenti radicali necessari alle culture e alle produzioni del contemporaneo. Restano i bisogni di sempre degli uomini: conoscere, lavorare, abitare.

Il progetto parte da qui.

Nel Makò incontro alcuni giovani che scattano con naturalezza foto a ragazze in posa casuale. La luce filtra dalla vegetazione che s’è impadronita delle vetrate. La via del progetto è in quei ragazzi.

Francesco Gostoli

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Showing 2 comments
  • Riccardo Pauly

    Altro non so dire se non grazie!

    • staff

      Grazie a lei!

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