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La storia del Cotonificio Makò

Il terreno su cui si installò il Cotonificio Cantoni era, tra il 1830 e il 1850, un’area agricola sostanzialmente interessante un unico mappale. Negli anni a venire, tra il 1851 e il 1945, la grande distesa agricola venne frazionata ulteriormente e venduta a nuovi acquirenti. È proprio nei primi anni del ‘900 che venne iniziata la prima edificazione del Cotonificio, e con l’annessione alcuni mappali adiacenti sorse anche la centrale idroelettrica.

Il primo stabilimento fu costruito nel 1901 da ingegneri progettisti altamente specializzati che venivano dall’estero, da paesi in cui avevano già una tradizione nel campo della tessitura e della filatura. Lo stabilimento fu presto messo in funzione ed ebbe un favorevole sviluppo. Alla vigilia del primo conflitto mondiale, gli occupati al Makò erano quasi un migliaio. La manovalanza era soprattutto femminile, le donne e ragazze rappresentavano l’80% della forza lavoro, il 20% maschile era dedito principalmente alla manutenzione e alla gestione dei macchinari.

Nel 1917, a seguito degli eventi della prima guerra mondiale l’attività subisce un arresto; in quel periodo, le truppe di occupazione austrotedesche asportarono tutto il macchinario “come preda di guerra”, mettendo lo stabilimento in ginocchio. Alla fine del conflitto, nel 1919, la filatura fu rimessa in attività mediante l’acquisto di nuovi macchinari per la produzione di filati fini e finissimi che non temevano concorrenza. Alla guida dello stabilimento c’era sempre il Cav. Guglielmo Raetz. Si lavorò sodo e senza contraccolpi nei livelli occupazionali sino all’inizio degli anni ’30. Poi l’impresa, nella sua evoluzione temporale, risente di diverse ripercussioni dovute alla crisi generale di mercato e all’evolversi dell’industria cotoniera. La proprietà, resasi insostenibile per il cav. Raetz, fu rilevata dalla S.p.A. Pirelli Italiana, che acquisì la maggioranza delle azioni. Negli anni di vigilia del secondo conflitto mondiale, il Gruppo Cantoni, con stabilimenti a Legnano, Canegrate, Castellanza e Bellano, che stava perseguendo un programma di potenziamento dell’azienda, colse la possibilità che gli si presentò di fondersi con la S.p.A. Filatura di Makò.

Dal 1 gennaio 1940 la proprietà della “Filatura Makò” passò al Gruppo Cantoni con la denominazione di “Cotonificio Cantoni”. Una grande unità era entrata a far parte dell’azienda, contribuendo al suo ulteriore sviluppo e mettendo a disposizione un’attrezzatura produttiva ed un nome commerciale largamente conosciuto ed apprezzato. Nel 1983 il Gruppo Cantoni scorporò dal gruppo le due filature periferiche, quella di Bellano (Como) e quella di Cordenons, che venne ceduta alla Tessitura Castello di Conegliano (Gruppo Junker-Soldini) prendendo la denominazione di Filatura di Cordenons Spa.

Pochi anni dopo, nel 1987, il Gruppo Junker-Soldini perdeva la maggioranza del pacchetto azionario che veniva acquisito dal Gruppo Inghirami, famoso per le camice, prendendo il nome di Filati di Cordenons. Inizialmente, l’intenzione della nuova proprietà era quella di continuare la produzione in Cordenons, ma , a seguito della promulgazione di una Legge Regionale sugli incentivi per gli insediamenti montani, preferì costruire e trasferire la produzione in un nuovo stabilimento a Montereale Valcellina, paese a circa 25 Km di distanza. A nulla valsero le 7514 firme di protesta raccolte tra i cittadini cordenonesi. Nel 1990 si è assistito alla chiusura definitiva dello stabilimento. Attualmente l’area è di prevalente proprietà della società Cantoni ITC.

Dal punto di vista sociale. LA MEMORIA

Si può ben dire che la storia dei cotonifici del pordenonese è anche storia dei lavoratori e delle comunità, non fosse per il fatto che non c’è famiglia a Cordenons che non abbia avuto almeno un suo componente a lavorare in cotonificio.

La storia dei tessili, poi, è anche storia d’impegno per l’emancipazione della donna. All’inizio del XX secolo, e sino a fine anni ’30, nonostante la grande disponibilità ed il buon rapporto del titolare Cav. Raetz con le maestranze (si era prodigato a far erigere le scuole ed un asilo), le condizioni di lavoro al cotonificio erano molto dure. Si lavoravano mediamente 10-12 ore al giorno, incluse anche le fanciulle di 12 anni. I reparti erano insalubri, con temperature di 25-30° di calore e un’umidità del 70%, situazione ottimale per la lavorazione del filato ma dannosa per i lavoratori. Molte operaie soffrivano di malattie all’apparato respiratorio, dolori reumatici ed artrosi. Diverse di loro arrivavano da fuori paese: Spilimberghese, Bassa Pordenonese, Veneto. Una volta alla settimana andata e ritorno a piedi o con mezzi di fortuna. Per loro nell’area della fabbrica fu costruito un dormitorio.

Anche dal punto di vista retributivo c’era molta disparità: la paga di una operaia (ricordiamo che le donne rappresentavano l’80% della forza lavoro) era inferiore del 20% rispetto a quella di un operaio. Tale situazione si sarebbe protratta sino all’inizio degli anni Settanta.

Lo sciopero del 1989: L’ultimo atto per un’impresa che chiude”. Ciavedal, Dicembre 2004
L’ultimo atto pubblico che ha interessato il Cotonificio Cantoni è stato lo sciopero generale (aprile 1989) che ha coinvolto tutta la comunità cordenonese. Una sorta di vera e propria serrata che ha voluto dimostrare come la comunità fosse (e lo è tutt’ora) legata a quell’industria che aveva permesso al paese e alle famiglie cordenonesi di crescere. Negozi chiusi, saracinesche abbassate, corteo, comizi e tanta disperazione per le famiglie. L’azienda trasferì la lavorazione del cotone a Montereale Valcellina assorbendo , in parte, le maestranze locali. Quello sciopero è stato l’ultimo atto formale di un recupero del lavoro della filatura. Poi piano piano furono trasferiti i macchinari e i “fantasmi” si sono appropriati dell’urbanistica della fabbrica. Ora si guarda al futuro per la riconversione.